Friday, January 20, 2017

Dopo la cena cinese in cantina penso davvero di averle viste tutte...






Differenza di prezzo al ristorante per clienti cinesi e stranieri


(foto di una mia alunna in Cina)

Thursday, January 19, 2017

Guerra di Corea, spionaggio, controspionaggio, psicologia e superstizione...


 "Va' e uccidi - The Manchurian Candidate" (1962), by John Frankenheimer

A zonzo per l'Abissinia (parte prima)


Io penso che i racconti di viaggio vadano scritti quando sono ancora caldi. Di petto. Di pugno. Di stomaco. Di ignoranza. Non come una minestrina fredda. Non a dieci giorni dal rientro.
Quindi farei volentieri a meno di scriverne. Ma mi sentirei in colpa. In colpa per non aver condiviso se non qualche immagine.

Quindi...

Se tu dall'altipiano guardi il mare, 
moretta che sei schiava fra gli schiavi, 
vedrai come in un sogno tante navi
e un tricolor che sventola per te

Questa è una canzone fascista scritta nel 1935. Parla di Etiopia italiana. Me la cantava mia nonna quando ero piccolo perché a lei la insegnarono quando era a scuola.
Poi crescendo ho simpatizzato per l'anarchia e l'antifascismo, quindi questa e tutte le altre canzoni del ventennio le ho messe da parte. Incosciamente, tuttavia, l'Abissinia mi ha sempre affascinato, incuriosito, attratto. Una specie di "Africanismo".

L'ultima volta nell'Africa "nera" (ovvero quella subsahariana) è stato nel 2003 in Kenya. Parecchio tempo fa. Giusto tornare e giusto farlo in compagnia e durante le vacanze invernali.
Ad Addis Abeba siamo arrivati in aereo da Roma via Istanbul. A farmi compagnia il solito zainetto delle scuole superiori di mia sorella con un sacco a pelo e qualche libro dentro; due maceratesi e un trentino completano, per ora, la squadra. Ad Addis Abeba (il cui nome significa "Nuovo fiore" in lingua amarica) atterriamo di notte, la fila per il visto turistico (48 euro, cash alla cassa) e siamo accolti dalle luci arancioni antistanti l'aeroporto. Un paio di sigarette e un taxi che ci porta in centro per 10 euro. Strade larghe e polverose, qualche palazzo, ponti fatiscenti, non un cane in giro: dopo 15 minuti siamo alla stazione dei treni. Lì ho il contatto di un signore che ha un piccolo hotel. Le camere sono decisamente modeste, manca anche l'acqua corrente. Va bene così, più punk!

Il prezzo lo veniamo a sapere solo il mattino dopo. Non proprio punk, diciamo. Ci raggiungono altri due ragazzi piemontesi e il pulmino con autista etiope e guida italo-etiope coi quali passeremo i prossimi tre o quattro giorni. Non ci resta che passare di nuovo all'aeroporto per prendere l'ultimo componente del gruppo: un amico di vecchia data, anche lui piemontese, attualmente in Kenya per motivi di lavoro.   

Prime impressioni? Addis città di tre milioni di abitanti nascosti non si sa bene dove; in giro pochi grattacieli, pochi palazzoni, per lo più vaste aree misto urbane e verdi con baraccopoli più o meno estese, tanti i cantieri, strade non asfaltate, buche in ogni dove, grande polvere e grazie a dio non ci facciamo mancare neanche l'inquinamento; compagnie nazionali cinesi a costruire nuovi edifici e infrastrutture; totalmente assente "l'anima" della città, ovvero la parte più antica, quello che in Italia chiamiamo "centro storico", le chiese, gli edifici antichi, ecc... Poi facciamo presto a capire: Addis Abeba ha poco più di un centinaio di anni di storia, non è una capitale storica. La tanta polvere e la mancanza di acqua corrente mi richiama alla memoria i viaggi in Egitto e Kenya. Se avete in mente una tipica metropoli cinese provate a immaginarvi l'esatto opposto, o come poteva essere negli anni sessanta: ecco Addis Abeba.

"Etiopia" deriva dal nome greco che sta per "terra della gente con il viso bruciato". Razzisti, evidentemente. La strada che porta fuori Addis in direzione nord è una delle più grandi del paese, ma anche se asfaltata è a una corsia per carreggiata, non divisa da niente né protetta ai lati, dove scorrazzano infatti mandrie di buoi, capre, dromedari, bambini, uomini col bastone e donne cariche di merce. Più che una autostrada sembra una piccola provinciale italiana degli anni cinquanta.
Quindi la campagna, fatta di alternarsi di aride valli e secchi altipiani, dove i contadini coltivano per lo più il teff, un cereale dal quale ottengono l'enjera, una specie di larga piadina bagnata che consumano come companatico. Davvero tanta la gente che cammina al fianco della strada, dall’alba al tramonto, quasi per nulla curandosi delle auto e dei camion che passano. La precedenza, comunque, ce l’hanno i dromedari. Per il resto è uno spettacolo continuo di allevatori di bestiame, compresi bambini di tre o quattro anni che portano la loro bestia al pascolo armati di bastoni (che qui sono simbolo di virilità, come i baffi nel mondo arabo o i pettorali da noi). Notiamo inoltre che molti uomini se ne stanno qua e là a riempirsi la bocca di piccole foglie fresche, masticando senza tregua, per ore ed ore. E' il qat, una pianta alcaloide considerata droga in molti paesi europei. Ma non in Etiopia, dove anzi è molto consumata da uomini di ogni età. Per la scienza questo e altro, anche noi acquistiamo del qat e ci mettiamo a ruminare per un paio di ore... l'effetto è quello di leggero benessere, entusiasmo per la vita, chiacchiere a go go e lingua che va da sola. Come dopo tre caffé di fila. Il qat non andrebbe consumato con raki (la grappa locale, simile a quella greca, serba o albanese) o alcool in generale, perché provocano effetti opposti che rischiano di annullarsi a vicenda. "E' come se prendi eroina e cocaina assieme", ci spiega la guida.


Ok, parliamo allora di cose vili e meschine, come il denaro: quanto costa la vita in Etiopia? Non so bene, ma qui possiamo cominciare a farci un'idea... Un euro corrisponde a circa 23 birr (la moneta ufficiale etiope), al mercato nero con un euro di birr ne prendi 26. Il taglio più grande è da 100 birr, quindi circa 4 euro. Sì, hai capito bene: 4 euro è la banconota più grande in questo paese. To birr or not to birr.
Bene. I prezzi li facciamo però in euro: le birrette da 33cc costano nei bar almeno 40 centesimi di euro; un bicchiere di raki 80 centesimi; un litro di raki 2 euro; un pasto non troppo abbondante o vario al ristorante costa un paio di euro; dodici ore di pullman costano 6 euro e tanto mal di schiena; un pacchetto di sigarette etiopi costa circa 1 euro, quelle straniere stanno sui 3 euro; un biglietto del bus 10 centesimi; la linea metropolitana di Addis Abeba è gratutita, ma forse ci siamo sbagliati; un "letto" in uno dei loro hotel da viaggiatori costa tra i 2 e i 12 euro per notte; mezzo chilo di qat sui 8 euro; un kalashnikov russo lo porti a casa con 635 euro. 

Il principio è un periodo di delicati equilibri.


"Dune" (1984), di David Lynch

Wednesday, January 18, 2017

Poi tornò il terremoto: cronaca di una signora nevicata.


Con lauto ritardo mi era anche riuscito di tornare in Italia giusto giusto in tempo per riprendere in mano vita e professione. Natale e capodanno alle spalle, la fine del quadrimestre scolastico alle porte. Giusto un paio di settimane per racimolare qualche voto e camminare coi ragazzi verso la meritata settimana culturale. Che poi mi sa questa “settimana culturale” l’hanno inventata quando tra i banchi sedevo io. Ma forse mi sbaglio.

Però il meteo dava brutte notizie, gelide nevicate a rotta di collo, un “2012 bis”! Per capirci: amo la neve, la neve mi fa impazzire di gioia. Però la chiusura delle scuole, anche tenendo presente le lunghe pause causate dal più recente terremoto, avrebbero causato non pochi problemi a docenti, dirigenti e burocrati. Quindi lunedì, verso l’ora di pranzo, cominciò a nevicare anche a Macerata. Io ero in centro storico, in una delle tante biblioteche. Esco giusto in tempo per realizzare che se voglio tornare a casa devo sbrigarmi a saltare in sella al motorino. Rischio di sbandare alla prima curva, procedo a passo d’uomo sotto la gelida nevicata “2012 bis” che appunto stavamo aspettando. Lascio lo scooter a un centinaio di metri da casa, accanto ad un lampione. Per quel che ne so, è ancora lì.

La neve ha sempre quel fascino unico che nell’immaginario collettivo ricorda forse 1) la candida purezza di una lettera ancora non scritta; 2) le lingue d’oc e d’oil; 3) il fantasma formaggino; 4) lo sperma della prima sega.
Martedì le scuole sono chiuse ma a me non interessa perché ho comunque il giorno libero. Mi sveglio sbalestrato verso l’ora di pranzo, il naso fuori dalla finestra: ancora nevica, tanto vale tornare a dormire. Poco più tardi, deciso che troppo cinismo nuoce a una salute già di per sé geneticamente provata, esco ad inzupparmi le Converse in questo manto nevoso e ad ascoltare il silenzio della bianca neve posata su case, alberi, stradine. Muta. Immobile. Il cielo ha uno strano colore, il silenzio rimbomba. Faccio fatica a camminare ma quel fastidioso gelo che entra nelle scarpe mi fa sentire indubbiamente vivo, presente. Incontro nella stradina del borgo un signore che becco spesso, alto e magro, di origine straniera. Non so neanche come si chiami, eppure lo incontro davvero spesso. “Buon Natale!”, mi dice mentre prosegue il cammino con un bob in spalla. Un po’ in là con gli anni per andare con il bob, penso. Penso anche che “bob” è una parola che non uso dal 1993. Poi però capisco. Il tipo sta usando il bob per segnare una specie di viottolo pressando la neve nella stradina principale del borgo. Non ha ancora smesso del tutto di nevicare. In gamba, il tipo.     

Il giorno dopo mi sveglio ancora più tardi. Un po’ per nichilismo, un po’ perché hanno chiuso scuole e università fino al prossimo lunedì e io potrei recuperare tutto il sonno perso durante le vacanze. Però mi rattrista la chiusura delle scuole. Odio le vacanze forzate. Quindi realizzo di non aver più niente da mangiare o da bere in casa ed esco fiducioso in direzione supermercato. Nel viottolo ormai ghiacciato incontro diversi vicini di casa e dei bambini che giocano. Prendo anche io una pala ed inizio a spalare. Perché nel frattempo il terremoto è tornato a farci visita. E se dovesse arrivare una botta grande non sapremmo neanche verso dove far scappare i bambini. L’importanza della pala. E del vicinato.

Tra una spalata e l’altra fai anche due chiacchiere con la signora della piazzetta e coi ragazzi poco più giù. Chi versa del sale, chi va a fare la spesa, chi passa a vedere come stai, chi ti invita a pranzo. Scopri anche quest’unità di quartiere che di solito manca o si fa attendere.
Ultimamente da queste parti non si capisce bene di quale morte si debba morire, se di paura, di freddo, intrappolati sotto la neve o schiacciati dal terremoto. Però almeno ho scoperto come si chiama il signore che batteva la strada col bob.


p.s. Eccezion fatta per anziani, bambini, malati, disabili e lavoratori a lavoro: smettetela di lamentarvi sui social, prendete una pala e uscite a pulire le strade. Lo Stato sei tu.

Triste come una birra senza alcool...


"Da grande voglio fare il bassista alcolizzato"

"Jack Frusciante è uscito dal gruppo" (1996), di Enza Negroni

Di come un certo occidente di allora vedeva la Rivoluzione culturale di Mao Zedong


"Gli intellettuali tendono ad essere soggettivi ed individualisti, e alcuni si allontanano dalla rivoluzione nei momenti più critici, altri possono addirittura diventarne nemici"

"La lunga ombra gialla" (1969), di J. Lee Thompson

Noi punk di Montesilvano veramente abbiamo fatto un'analisi un po' diversa...


"La guerra degli Antò" (1999), di Riccardo Milani

Tuesday, January 17, 2017

Suonami la canzone più bella...




Dr. No: il cinese cattivo nei film di Bond.

-->

"Agente 007 - Licenza di uccidere" (1962), di Terence Young

Nelle rovesciate di Bonimba. Vent'anni dopo.


"Radiofreccia" (1998), di Luciano Ligabue

Monday, January 16, 2017

E' importante avere dei sogni. Basta non crederci troppo.


Il razzismo spiegato ai bambini. E agli adulti.

"Zootropolis" (2016), di Byron Howard e Rich Moore

Capodanno cinese 2017 a Macerata: stay tuned!


Della monnezza che sta accerchiando e soffocando Pechino...


"垃圾围城" Beijing Besieged by Waste (2010), by Wang Jiuliang

Sunday, January 15, 2017

Trasferta invernale a Perugia.




Che poi negli stadi si imparano sempre un sacco di nuovi cori:

pagavo le romene
ma pensavo solo a te
Rata olè
Rata olè

Not dead.


Lisergici.


Friday, January 13, 2017

Diario di un prof.: sul significato di 博士.

Stamane nello spiegare il lessico della nuova lezione di cinese mi sono imbattuto nella parola 博士, che traduciamo in italiano come "dottorato".
Il commento dell'alunna in fondo alla classe è stato: "Va bene, quindi praticamente significa arrivare a trent'anni senza aver combinato nulla nella vita".

Praticamente. Grazie.